Il Preludio.

Gennaio – Febbraio 2013

Sento che capodanno sarà uno spartiacque, credo e spero che il 2013 sarà l’anno della svolta. Per questo motivo organizzo una festa a casa mia con tutti i miei amici più cari. Il dolore alla caviglia è sempre più intenso, ma voglio comunque una serata di spensieratezza e allegria che dia in un certo senso una svolta, una sferzata all’anno appena concluso. A volte il mio essere razionale viene travolto dall’irrazionalità: il simbolismo delle ricorrenze ad esempio mi sta parecchio a cuore.

I miei auspici però non sono esauditi, infatti i primi mesi del 2013 sono stati da me definiti come il periodo della sofferenza psico-fisica. A metà gennaio , dopo una serie di esami di controllo per capire se il mio fisico sarebbe stato capace di sopportare la terapia, inizio il trattamento. Giorno dopo giorno la mia caviglia gonfia sempre di più e la ferita della biopsia fa fatica a rimarginarsi provocando un continuo sanguinamento. Oltre alla terapia, prevista con una frequenza settimanale, sono quindi costretto ad andare al Centro di Candiolo quasi 3 volte a settimana per le medicazioni. Scopro adesso di quanto quei viaggi di andata e ritorno, quanto tutti i gesti dei dottori e delle infermiere siano dei piccoli traumi che spesso rivivo come dei flash back.

Durante il mese di quello che sarebbe dovuto essere il primo ciclo di terapia il mio stato psichico crolla vertiginosamente, la mia vita si è interrotta: non posso più camminare quindi sono relegato in casa con i miei genitori che fanno la spola per i pranzi e le cene. Passo la giornata davanti alla tv, guardare i film è l’unico modo che ho per distrarmi un po’; la parte rimanente della giornata, quando non sono a Candiolo, la passo disteso sul divano a guardarmi la fasciatura con la paura di veder comparire macchie di sangue. Quando la bendatura si sporca è l’ora di tornare a Candiolo, quindi la continua osservazione della medicazione genera speranza e ansia allo stesso tempo. Per fortuna alla notte dormo bene, sogno addirittura che la pallina da tennis che si è creata sulla mia caviglia si sgonfi di colpo. Mi alzo e mi sento positivo, ma con il passare della giornata ripiombo gradualmente nell’oblio. Per fortuna ci sono gli amici, che nel week end mi vengono a trovare a casa e per qualche ora mi iniettano una buona dose di fiducia e soprattutto di realtà quotidiana.

Si avvicinano gli esami di controllo, ma le sensazioni non sono positive, a questo punto della terapia, secondo i dottori, il volume della massa si sarebbe dovuto mantenere costante ed invece è cresciuto. Affronto gli esami con lo spirito del “già condannato”, sento che tanto non saranno positivi e al momento stesso mi sento ancora più perso perché non conosco le conseguenze nel caso in cui vada male. Infatti essendo la mia malattia definita non un caso raro, ma eccezionale, non esiste un protocollo definito e quindi si procede “navigando a vista”, con più strade da percorrere. La non conoscenza e la mancanza di controllo sugli eventi mi genera instabilità e profonda preoccupazione.

Comincio a pensare al peggio, penso che dovrò fare terapie più devastanti come la chemio o addirittura che mi dovranno amputare la gamba. Le persone che mi stanno vicino mi dicono di non pensarci, che andrà tutto bene, cercando di darmi fiducia; io assento, ma dentro di me continuo nei pensieri. Come farò senza una gamba? Chi più mi vorrà stare vicino? Piacerò ancora alle ragazze? Ci sarà una lei disposta a condividere questa esperienza?

L’esito degli esami è incerto, ne positivo ne negativo. Sono necessari ulteriori approfondimenti, l’ansia e la speranza si alternano inesorabilmente con un’attesa che diventa sempre più snervante.

Dopo giorni di attesa vengo convocato nell’ufficio del chirurgo che mi prospetta 2 possibilità:

1) salvataggio della gamba con intervento molto complicato e disfunzionalità della caviglia per il resto della mia vita

2) amputazione della gamba con possibilità di tornare a vivere con una protesi

Il mio istinto e la guida del chirurgo non mi hanno fatto riflettere più di tanto, la mia risposta è stata “voglio tornare a vivere”. Gli effetti della scelta non si fanno attendere, circondato dalle persone più importanti della mia vita passo una serata tra lacrime e febbre a 39, ma con una consapevolezza e una forza che credevo non potessero essere parte di me. Proprio in quel momento è nato dentro di me quello spirito che mi piace definire l’“Andare Oltre..”

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